I 70 anni di Mirafiori e le sfide del gigantismo

Scritto da Bobby on mag 15, 2009 | Lascia un commento

Non è una coincidenza che la manifestazione dei lavoratori del Gruppo Fiat, promossa domani a Torino dai sindacati, cada in concomitanza quasi perfetta con il 70° anniversario dell’inaugurazione di Mirafiori, avvenuta il 15 maggio 1939. Settant’anni rappresentano, dal punto di vista dell’economia contemporanea, un arco di tempo molto lungo, specie per una fabbrica che ha costituito la realizzazione maggiore dell’industrialismo italiano. Nessun impianto, nessuna unità produttiva ha mai eguagliato Mirafiori, che apparve e venne descritta, al momento della sua costruzione, come una realtà fuor di misura. Del resto, Mirafiori appartiene, per ciò che concerne le sue origini, a un’epoca in cui si ricercavano le massime economie di scala quando si doveva edificare un nuovo stabilimento. La fabbrica torinese si colloca in una stagione in cui l’organizzazione industriale stupiva i visitatori innanzitutto con l’ampiezza delle dimensioni: essa rientra nel novero dei complessi mastodontici come River Rouge, l’impianto titanico della Ford che impressionava gli ingegneri italiani che la visitavano, o come Wolfsburg, la città-fabbrica creata dalla Volkswagen.

La differenza sta per Mirafiori nel fatto che in Italia essa ha sempre spiccato come un edificio di proporzioni anomale rispetto alla cittadella dell’industria, dove dominano le piccole dimensioni. Ha così scontato il destino, apparentemente contraddittorio, di essere una delle arene economiche e sociali più esposte e in evidenza, senza per questo essere rappresentativa del mondo dell’industria. La sorte di Mirafiori è di aver impersonato il modello della fabbrica, in un paese popolato da una miriade di imprese e laboratori di scala ridotta. Per questo è stata, oltre che un luogo emblematico della produzione, anche uno dei teatri principali della nostra vita collettiva. Di volta in volta, Mirafiori è stata il laboratorio dove sono state messe a punto e attivate le tecnologie della “mass production” di ispirazione fordista; il crogiolo del miracolo economico, che ha attirato i flussi delle grandi migrazioni dal Sud; lo spazio dove si è sviluppata la conflittualità permanente cresciuta sull’onda dell’autunno caldo del ‘69; il grande alveare sociale nelle cui pieghe si è annidata la minaccia del terrorismo fino al cambio di ciclo sancito dalla marcia dei 40mila dell’ottobre 1980. Di sicuro, ha recitato una parte di protagonista per un lungo tratto della storia italiana del Novecento.

E ora? Ora sembra che per il discorso pubblico Mirafiori sia soltanto un capitolo in sospeso, un interrogativo aperto. Di quella che ancora resta «la più grande fabbrica d’Italia» (come recitava uno stilema in voga presso la Cgil degli anni 50) si discute solo per misurarne le chance di sopravvivenza nel tempo. Oggi in tutta Europa si parla dei luoghi della produzione automobilistica soltanto allo scopo di valutare in quale misura riusciranno a sussistere dopo i tagli della capacità produttiva che potrà imporre la crisi globale. Nessuno o quasi si sofferma sull’atipicità di una fabbrica che, tra continuità e mutamenti, è ancora in funzione quando complessi analoghi e comparabili per storia, importanza e ampiezza sono stati dismessi da tempo.

La possibilità di durare e di adattarsi ai nuovi cicli produttivi di una fabbrica dipende da tanti fattori. Alcuni sono legati ai suoi criteri progettuali, alla sua attitudine a ospitare processi differenziati, ad adeguarsi a cambiamenti connessi anche ai paradigmi organizzativi. È chiaro che a nessun produttore verrebbe più in mente di erigere fabbriche-monstrum quale fu Mirafiori negli anni della sua massima estensione, quando costituiva il fulcro del sistema dell’auto Fiat (20mila addetti nel 1950; oltre 50mila nel ‘70, dopo il raddoppio della sua superficie). Pure, la sua storia non si è conclusa con quella della produzione di massa e Mirafiori si è così trasformata in un soggetto della metamorfosi di Torino, grazie a un processo di riassetto degli spazi urbani che ha mescolato i luoghi dell’industria con quelli delle altre attività. Il suo futuro non dipende perciò dalla capacità di prevedere e calcolare i volumi produttivi di domani, ma dalle funzioni che essa potrà assolvere entro il distretto torinese dell’auto. E dipende anche dal fatto che si consideri la fabbrica non come un’entità residuale, ma un organismo sottoposto a un cambiamento continuo. Dove si sperimentano metodi e forme di lavoro che mantengono un valore di punto di riferimento per far avanzare e progredire la frontiera dell’organizzazione. Un terreno, questo, fondamentale per un sindacato industriale intenzionato a misurarsi sull’evoluzione dell’impresa.

Fonte: ilsole24ore.com

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